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Le storie impossibili

"La storia è un incubo dal quale cerco di svegliarmi." (James Joyce)

76) Morte dei tre più grandi tragediografi greci

Eschilo Sofocle ed Euripide sono i tre più importanti tragediografi greci.
Annoto qui una nota opera per ognuno di essi: Eschilo (525-456 a. C.) scrisse la trilogia “Orestea”; Sofocle (496-406 a. C.) scrisse “Edipo re”; Euripide (486-407 a. C.) scrisse “Medea”.
Così morirono:
1) Eschilo aveva ricevuto una profezia: “Un proiettile dal cielo ti ucciderà”. All’età di 69 anni si trovava in Sicilia, a Gela. Uscì per andare a fare una passeggiata all’aria aperta. Sopra di lui un’aquila volava tenendo tra gli artigli una tartaruga. Quell’aquila stava cercando una pietra su cui spaccare il guscio della tartaruga e poterla così mangiare. Vide il cranio calvo di Eschilo, lo scambiò per una pietra e glielo sfracellò.
2) Sofocle era, di dice, un uomo in ottima salute. Morì infatti molto anziano, a 90 anni, e morì felice. Pare che, per la gioia di una estrema vittoria in una gara poetica, non resse l’emozione e morì di crepacuore.
3) Anche Euripide morì per l’arte. Di lui si dice fosse un uomo scorbutico, asociale, misantropo e, soprattutto, misogino. Amava stare solo. Un giorno, mentre tornava a casa, fu sbranato da un branco di cani, probabilmente scagliatigli contro da un autore suo rivale. Secondo altri fu invece massacrato da un gruppo di donne inferocite.

Bibliografia: Dino Baldi “Morti favolose degli antichi”

tragedia

75) La pubblicità celestiale

Siccome, a forza di bombardarci di spot ovunque e di continuo, l’uomo si evolve e diventa immune alla pubblicità, o perlomeno non ci casca più tanto facilmente, i cervelli del marketing ne pensano una nuova.
Intorno al 2030 circa, gli spot pubblicitari verranno emanati direttamente in cielo. Già si è cominciato con i passaggi di aerei che trascinano scritte o immagini o loghi. La vera rivoluzione comincerà quando un vero e proprio spazio di cielo sarà comprato (abusivamente, per cui sarà più corretto dire “rubato”, con la complicità dei governi finanziati appunto dalle multinazionali). In cambio di soldi, i governanti chiuderanno prima la bocca, poi un occhio, poi entrambi gli occhi.
Succederanno cose di questo tipo: uno si sdraierà tranquillamente su un prato, magari con un fiore in bocca, per riposarsi e gustarsi un sano riposo e ritorno alla dolce natura, e guardando in alto vedrà l’immagine proiettata, che so, di una bellissima ragazza che lecca un gelato, con vicino il marchio della ditta di gelati e una scritta accattivante.
Ci saranno naturalmente proteste e dibattiti televisivi tenuti da esperti di sociologia, religione e aerodinamica, ma alla fine qualche esperto ci convincerà che in fondo il cielo ha colori monotoni, e abbellirlo con qualche immagine non può farci di certo male, anzi, ci può solo rendere più felici.

cielo

74) La banda della savana

L’oro – si sa – è il metallo più prezioso per gli esseri umani, e infatti viene in casseforti sigillate chiuse in celle segrete nei tunnel delle banche protette da uomini armati.
Gli animali dell’oro se ne fregano, ma anch’essi hanno il loro oro: il miele.
Le api fanno questo bene prezioso e tocca a loro proteggerlo nei loro alveari, che sono simili a banche. Tuttavia la delinquenza e la criminalità organizzata esiste anche nel regno animale, e il miele è l’obiettivo di certi manigoldi.
C’è una banda particolarmente pericolosa che vive e si aggira per la savana africana ed è composta da due personaggi loschi: il tasso del miele (o mellivora) e l’uccello indicatore golanera. Sono così organizzati: l’uccello vola e controlla la zona su cui agire. Individuato il favo adatto, con una serie di fischi avvisa il tasso. Il tasso sopraggiunge, pronto all’azione, mentre dai rami l’uccello gli segnala il luogo in cui colpire. Ora è il turno della talpa: si getta senza paura sul favo mentre una miriade di api lo aggredisce pungendolo. Il tasso però ha un vantaggio: ha un’elevata resistenza al veleno (tanto che gli bastano due ore di sonno per rimettersi in sesto dal morso di un serpente comunemente mortale). Incurante quindi dei pungiglioni, distrugge il favo e si pappa il miele, intanto l’uccello golanera plana divorando le larve del favo. Un delitto perfetto!
Peccato che a volte si aggiri un delinquente peggio di loro: un tale homo sapiens… A volte infatti l’uomo interviene armato di bastone e prende a mazzate la talpa facendola fuggire e derubandola della refurtiva.

Bibliografia: Gianumberto Accinelli “La meravigliosa vita delle api”

tasso

73) Le pessime intenzioni di Tyson

La sera del 22 novembre 1966 a Las Vegas, all’Hilton Convention Center, Mike Tyson sale sul ring pronto a sfidare il campione mondiale in carica Trevor Berbick. Berbick è alto 187 e pesa oltre 100 chili. Tre mesi prima aveva sconfitto Muhammad Alì (per la precisione, un Alì ormai 39enne e forse già malato, infatti quello fu il suo ultimo incontro).
Invece il Tyson che sale sul ring è nel pieno delle proprie forze. Ha 20 anni e ha alle spalle 27 vittorie su 27, di cui 25 per k.o., di cui 15 nel primo round. Tyson è alto 178 e pesa 83 chili. C’è una differenza di quasi 10 cm tra lui e il suo avversario, e questo potrebbe essere uno svantaggio, dato che l’allungo di Berbick è decisamente maggiore. Tra i pesi massi, infatti Tyson non è un colosso, anzi, è piuttosto basso. Eppure consiste anche in questo la sua forza: essendo più basso, Tyson può sferrare un pugno usando anche la forza delle gambe, da sotto a sopra; infatti i suoi ganci sono micidiali e, soprattutto, nonostante la sua stazza apparentemente da culturista, è di una rapidità letale.
Fino a quella sera, il record del campione del mondo più giovane tra i pesi massimi lo deteneva Floyd Patterson, che lo aveva conquistato a 22 anni, nel 1956.
Allo scoccare del gong del primo round, Tyson parte aggredendo Berbick e segnando chiaramente chi è tra i due il più forte: non dà possibilità all’avversario di fare ciò che vuole. Dopo pochi secondi dall’inizio del secondo round, Berbick viene colpito con un serie di colpi e cade. Si rialza, viene di nuovo colpito (questa volta alla tempia) e cade di nuovo. Con gran coraggio cerca di tirarsi su, si aggrappa alle corde ma dondola. L’arbitro decreta la fine dell’incontro.
Ciò che è disarmante in Tyson è l’apparente mitezza del suo modo di fare quando parla: ha un tono di voce dimesso e cauto, è tendenzialmente silenzioso e non vanta la capacità scenica e forse sbruffona (ma stupenda) di Alì. A questa calma si contrappone una furia assassina quando sale sul ring. Tyson sa esattamente dove colpire: fegato, reni, cuore o un punto preciso, come nel caso di Berbick, della tempia. La frase con cui si può riassumere la filosofia combattiva di Tyson è (come egli stesso diceva) colpire “con pessime intenzioni in un punto vitale”.

Bibliografia: Joyce Carlo Oates “Mike Tyson”

pugile

72) Le pazze spese private coi soldi pubblici

In cinque anni, dal 2001 al 2005, il governo ha speso per la ristrutturazione estetico-mondana di Palazzo Chigi (tra spese per fiori per catering, tappezzeria, tende, arredamenti e roba simile) quasi un milione e mezzo di euro, lasciando il bilancio per “spese relative agli alloggi” per l’anno 2006 alla semplice cifra di 0. Naturalmente erano soldi pubblici.
Sempre nel 2005, le buste paga per i collaboratori stretti del Presidente risultarono il doppio rispetto agli stanziamenti della Protezione Civile per lo Tsunami in Estremo Oriente.
Nel 2006 le spese per i voli di Stato sono state di 179.452 euro al giorno, corrispondenti a 37 ore di volo al giorno. Neanche Superman ce la farebbe! Come siano riusciti loro, non si sa. E non si sa comunque perché chi faceva quei voli rimane un segreto, un segreto che ha del misterioso, dato che dovrebbero essere ben pochi quelli che potrebbero usare i voli di Stato. Gli inglesi non saranno dei santi, ma almeno tutte le spese per la regina sono documentate e pubblicate nel sito ufficiale.
Beh, uno pensa, vanno in aereo e risparmiano sulle macchine… Certo! Il numero delle auto-blu è in continuo aumento, nonostante ogni governo prometta di tagliarle. Lo aveva già promesso Mussolini nel 1923, e dopo di lui, tutti a seguire, e nessuno ha mantenuto mai quella conclamata promessa. A quel tempo le auto-blu erano 16 e Mussolini voleva ridurle a 3. Nel 1998 il Comitato di difesa dei consumatori ne contava 40.000.

Bibliografia: Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella “La casta”

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