Welcome to Le storie impossibili   Click to listen highlighted text! Welcome to Le storie impossibili Powered By GSpeech

Le storie impossibili

"La storia è un incubo dal quale cerco di svegliarmi." (James Joyce)

63) Come reagì un martire alle torture romane

Pare che Valeriano, che fu imperatore di Roma tra il 253 e il 260, fosse un accanito persecutore di cristiani. Siamo in un’epoca ormai vicinissima alla cristianizzazione dell’Impero. Valeriano però ne fece di tutti i colori ai fedeli dell’odiata religione.
Si racconta che un martire fu torturato in questo particolare modo: lo portarono in un giardino stupendo, pieno di gigli e rose rosse, dove si sentiva il dolce scorrere di un ruscello e il vento soffiava lieve tra le foglie. Il martire fu disposto su un prato e legato con ghirlande di fiori intrecciate. Poi tutti se ne andarono e lo lasciarono solo.
Poco dopo arrivò una prostituta bellissima. Gli sorrise e cominciò ad accarezzarlo, a strusciarglisi addosso nuda come mamma la aveva fatta; quindi lo spogliò e gli strinse il membro con la mano. Il suo sesso reagì come ci si può immaginare.
Allora lei si mise sopra di lui, con l’intenzione di farsi penetrare.
Lui non sapeva come difendersi. Allora sai cosa fece?
Illuminato da ispirazione celeste, si mozzò coi denti la lingua e la sputò in faccia alla donna mentre lo baciava, e il dolore fu tale la sua erezione si placò.
Per la cronaca… l’imperatore Valeriano fece una brutta fine: unica, in quanto imperatore romano. In battaglia con i Sassanidi (praticamente i Persiani) fu sconfitto, catturato e morì come schiavo. Secondo lo scrittore cristiano Orosio, in quel periodo di schiavitù, Valeriano fu usato come sgabello per salire a cavallo dal re persiano Sapore I.

Bibliografia: San Girolamo “Vita di Paolo, Ilarione e Malco”

croce

62) Gli antichi egizi? Tipi strani

Gli egizi rientrano in una categoria della memoria particolare e particolarmente affettuosa, perché ci riportano alla scuola elementare, zona in cui tutto è sorpresa e meraviglia. Insieme ai babilonesi, i sumeri, gli indiani d’America e gli eschimesi sembrano un’invenzione della Storia, al limite tra la realtà, la città di Atlantide e il triangolo delle Bermuda.
Erodoto (autore greco vissuto intorno al IV secolo a.C.) il quale già è antico per noi, guarda gli egizi con gli occhi dello stupore. Compie un viaggio in Egitto, si documenta, osserva, studia, ascolta e ci riporta le sue impressioni.
Rimane sorpreso dal fatto che gli Egizi avevano strane usanze, praticamente capovolte rispetto a quelle greche.
Nell’antico Egitto le donne si occupavano di commercio; erano esse a recarsi al mercato a vendere e comprare; gli uomini stavano a casa a tessere, e il loro telaio, a differenza degli altri che spingevano la trama dall’alto, faceva il percorso opposto.
I pesi erano portati dagli uomini sulla testa, dalle donne sulle spalle.
I greci scrivevano da sinistra a destra; gli egizi da destra a sinistra.
Gli uomini orinavano accovacciati, le donne in piedi. I bisogni corporali erano espletati in casa, mentre mangiavano fuori, perché ritenevano che le cose non vergognose vanno fatte all’aperto. Per quanto riguarda l’aspetto religioso, era limitato agli uomini: solo essi potevano essere sacerdoti, anche per le divinità femminili. E i sacerdoti, a differenza delle altre culture, portavano i capelli rasati. In caso di lutto, invece, in Egitto era usanza lasciarsi crescere capelli e barba.
Era normale per tutti i popoli vivere lontano dagli animali; gli egizi invece li tenevano in casa, e davano loro grande importanza, tanto da mantenere il lutto in caso di morte.
Unico animale che consideravano impuro era il maiale. Se per errore ne toccavano uno, andavano subito ad immergersi nel fiume. I porcai non potevano entrare nei santuari e nessun padre avrebbe dato la figlia in sposa a un porcaio; infatti si sposavano tra loro. La sola occasione in cui sacrificavano un maiale, era in onore di Selene e Dioniso durante il plenilunio; solo in quel caso mangiavano carne di maiale.
Avevano invece particolare devozione per la vacca (infatti la dea Iside è raffigurata con corna di vacca). La morte di un gatto o di un cane era causa di grande lutto. Nelle case dove un gatto moriva di morte naturale, gli abitanti si radevano le sopracciglia; se moriva un cane, si radevano completamente. I gatti venivano imbalsamati e sepolti in locali sacri; le cagne seppellite nella città, in urne sacre; così le manguste; topiragno e sparvieri venivano portati nella città di Buto; gli ibis a Ermopoli. Orsi (rari) e lupi venivano seppelliti dove morivano.

Bibliografia: Erodoto “Le storie – Libro II – L’Egitto”

egizi

61) Il calcio del futuro

A partire dal 2030 circa saranno immessi sul mercato i primi ASP (android soccer player) ovvero dei giocatori robot. Inizialmente ci sarà una diffusa diffidenza nonché sarcasmo da parte dei commentatori sportivi e si terranno accese dispute tra esperti calcistici, divisi tra progressisti e conservatori, con interviste a ex allenatori ed ex giocatori. Quando poi le prestazioni degli ASP saranno messe in atto, l’opinione pubblica (abilmente guidata dai media finanziati dagli sponsor) muterà rapidamente. Eh sì, perché i giocatori-robot potranno fare delle cose spettacolari, roba da far impallidire un Maradona nella sua migliore forma. Un giocatore-robot potrà per esempio colpire la palla in rovesciata dall’angolino e spedirla in rete sul sette dalla parte opposta; il portiere umano non avrà neppure il tempo di capire cos’è successo. Oppure, un difensore-robot farà cose come partire dalla propria area, dribblare tutti in pochi secondi, portiere compreso e fermarsi con la palla sulla linea di porta, sollevare il dito medio aspettando che tutti gli si scaraventino addosso e poi, con un colpo di tacco, infilarla in rete. Molti portieri si daranno all’alcolismo.
A questo punto comincerà una corsa per accaparrarsi il giocatore-robot e la reale battaglia sarà quella delle aziende produttrici, che investiranno cifre colossali nella ricerca per creare software sempre più complessi. I giocatori umani (quelli per intenderci che oggi sono i campioni della Champions League) saranno declassati alle serie inferiori, poi sostituiti da giocatori-robot di vecchia generazione e quindi costretti a giocare in tornei paesani per arrotondare lo stipendio da normali lavoratori. I più fortunati saranno assunti dalle aziende produttrici di giocatori-robot, come manager o ingaggiati per le campagne pubblicitarie.
Ulteriore novità sarà che il livello dei giocatori-robot diventerà così complesso e rapido che gli spettatori, per seguire le partire, avranno bisogno di occhiali speciali. Il tutto per un giro d’affari astronomico.
Una cosa tuttavia rimarrà identica ad oggi: la maggior parte delle donne continueranno a infischiarsene del calcio.

p.s.: ho scritto questo pezzo di pura fantasia. Poi, per curiosità, ho fatto una ricerca e ho scoperto che non avevo inventato nulla… http://www.ilcalcioillustrato.it/i-robot-calciatori

palla

60) Lo spettacolo della decapitazione

C’è una sorta di sottile piacere, identificabile tra il macabro e il morboso, nell’assistere all’agonia altrui. La decapitazione, per esempio, è decisamente una scena traumatizzante, eppure ha da sempre attirato miriadi di spettatori. Un tempo in diretta esecuzione, oggi in differita video. E i terroristi hanno saputo utilizzare sagacemente questa strana curiosità.
La prima vittima della lama talebana fu nel 2002. Era il giornalista statunitense Daniel Pearl. La sua decapitazione fu registrata e il video messo in rete. Il Boston Phoneix lo linkò e da questo scaturì una corsa al link, quindi a milioni di spettatori. Il secondo americano fu Nick Berg, ingegnere ucciso nel maggio del 2004. Per una settimana, la morte di Berg fu l’oggetto più ricercato in Internet. Visto che la cosa funzionava, furono messe on line altre decapitazioni: nel 2004 se ne contano ufficialmente 64.
Dietro la vaga motivazione del “bisogna capire… bisogna vedere” gli spettatori stanno al gioco degli aguzzini. Eppure questo meccanismo ha sempre funzionato: con lo scopo di spaventare, si mostra; con lo scopo di farsi spaventare, si guarda.
Pare che nel 1936, 20.000 persone assistettero all’ultima esecuzione pubblica negli Stati Uniti. Spettacolarizzare la condanna è un antico rituale terrorizzante. Nel 1282, la testa di Llywelyn, principe del Galles sconfitto e condannato, fu messo sulla torre di Londra per almeno quindici anni e conservata. L’anno dopo suo fratello Dafydd, ucciso come traditore del re, fu squartato pubblicamente. Sorte simile accadde al ribelle scozzese William Wallace (narrato miticamente in Braveheart): i pezzi del suo cadavere furono distribuiti ed esposti in quattro città del nord inglese.
Altra testa famosa è quella di Tommaso Moro, decollata il 6 luglio 1535 ed esposta in cima al London Bridge, in modo che sua figlia e i suoi amici potessero averla continuamente davanti agli occhi.
Eppure, paradossalmente, la condanna per decapitazione era (almeno in Inghilterra, in Germania e nei Pesi Bassi) una sorta di privilegio per condannati importanti, dato che era sempre meno umiliante che rimanere appesi ad una forca. Oltretutto, la decapitazione richiedeva una notevole competenza da parte del boia. È roba tutt’altro che semplice. Se un boia si dimostrava goffo o indeciso, la folla lo ingiuriava e poteva accadere che lo prendesse a sassate. Numerosi boia pagarono con la propria pelle esecuzioni riuscite male. Per la condanna di Anna Bolena (1536) fu chiamato uno spadaccino francese, il quale fu in grado di decapitarla in modo che rimanesse a schiena dritta, in modo da evitarle l’estremo smacco di piegare il capo. Nel 1587 Maria Stuarda fu più sfortunata: solo al terzo colpo morì.

Bibliografia: Frances Larson “Teste mozzate”

salame tagliato

59) I Beatles: il successo non basta

Difficile forse oggi capire e apprezzare il peso che i Beatles ebbero nel mondo musicale e culturale. Si consideri, per esempio, che l’apporto che diedero alla psichedelia, con l’album “Sgt. Pepper’s Loney Hearts Club Band” creò la base per altri noti stili musicali, come quello dei Pink Floyd o Jimi Hendrix o Eric Clapton.
Dal 1962 (anno in cui si definì la formazione storica) cominciò il successo dei cosiddetti Fab Four (the Fabolous Four) che continuò a ritmo crescente fino all’anno dello scioglimento del gruppo: 1972. Successo di vendite che continuò anche negli anni a venire.
“I want to hold your hand” nel 1964 vendeva a ritmo di 10.000 copie al giorno, risultando il 45 giri più venduto in un mese nella storia del mercato discografico americano. Ben 12 canzoni dell’album “A hard Day’s Night” erano posizionate nella classifica di vendita tra i primi 79 pezzi più venduti.
Il gruppo lavorava (tra concerti, dischi, film, libri e impegni vari) a ritmi serratissimi e, nonostante il successo planetario, il fondatore del gruppo John Lennon nel 1965 dava segni di forte infelicità, spunto per la canzone “Help!”, che non fu inizialmente colta nel suo reale significato. In un’intervista George Harrison affermò: “I Beatles sono normali, ma il resto del mondo è impazzito!”
Nel marzo del 1966 Lennon dichiarò: “La cristianità sta scomparendo (…) Noi siamo più popolari di Gesù!”, provocando forti reazioni da parte delle comunità religiose americane, roghi pubblici dei loro dischi, censura in diverse radio e minacce dal Ku Klux Klan.
Coinvolti in un vortice di successo destabilizzante, soldi a palate, droga di ogni tipo, e quindi tanti fan quanti detrattori, nel 1967 i quattro Beatles tentarono la via mistica orientale. Insieme a mogli e figli e altre persone famose (tra cui Mick Jagger, Mia Farrow, i Beach Boys, più vari personaggi bizzarri) si recarono nel Galles dove il santone indiano Maharishi Mahesh Yogi teneva un seminario sulla meditazione. Fu un tentativo deludente: Ringo Starr in pochi giorni se ne tornò a Londra; Paul McCartney subito dopo; Harrison li seguì, per quanto fu quello che dei quattro mantenne il più forte rapporto con la mistica orientale. In quanto a Lennon, rimase profondamente deluso nell’esatto momento in cui pescò il santone indiano a spassarsela con una ragazza del gruppo. Alla faccia dell’ascesi mistica!

Bibliografia: Roberto Caselli e Michelangelo Iossa “The Beatles”

the-beatles-509069__180

Page 1 of 13

Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia. Blog Italiani

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén

Translate »
Vai alla barra degli strumenti
Click to listen highlighted text! Powered By GSpeech